FIRENZE – L’estate è finita e il campionato si ferma per tre settimane. È il momento giusto per mettere un punto, almeno provvisorio, su mesi vissuti dalla Fiorentina tra grandi investimenti, cambi in panchina, errori, speranze, entusiasmo e un Centenario che avrebbe meritato probabilmente un’altra cornice.
Il campo avrà tempo per modificare ogni giudizio. Per adesso, però, possiamo consegnare i primi voti di una stagione viola partita con aspettative enormi.
Joseph Commisso: 8. È diventato il volto nuovo del Viola Park e quelle braccia spesso allargate sembrano quasi l’immagine simbolo di questa estate. Ma Commisso non ha allargato soltanto le braccia: ha aperto soprattutto il portafoglio. Nel nome della continuità con Rocco, la famiglia ha deciso di investire pesantemente sulla Fiorentina.

Centocinquanta milioni già impegnati che, considerando gli eventuali riscatti dei giocatori arrivati in prestito, potrebbero portare il valore complessivo dell’operazione oltre quota duecento milioni. Numeri enormi per una società con il fatturato della Fiorentina e che inevitabilmente alzano il livello delle aspettative. Quando si investono cifre del genere non si pensa semplicemente a partecipare: si prova ad avvicinarsi alle posizioni più importanti. Adesso dovrà essere il campo a stabilire se quei soldi siano stati spesi bene.
Paolo Vanoli: 7,5. Sembrava fuori dai programmi, poi è tornato con la voglia di dimostrare che qualcuno aveva sbagliato valutazione. Una sorta di Cincinnato viola richiamato quando sembrava che la storia fosse ormai andata in un’altra direzione.
Vanoli ha portato immediatamente una cosa riconoscibile: l’orgoglio. Ha chiesto ai giocatori di dimostrare di essere allenabili, affamati e soprattutto consapevoli della maglia che indossano. Due partite non possono essere sufficienti per giudicare un allenatore e il lavoro da fare rimane enorme, ma l’impatto è stato importante. La Fiorentina ha bisogno di costruire un’identità e Vanoli sembra aver cominciato proprio dalla componente emotiva.

Fabio Paratici: 6—. Il voto più complicato. Un mercato fatto di accelerazioni e frenate, intuizioni interessanti e operazioni molto più discutibili. Ci sono scelte che meriterebbero un otto e altre che porterebbero direttamente verso il quattro. La media produce una sufficienza molto sofferta.
Da un dirigente con la sua esperienza era legittimo aspettarsi maggiore linearità nella costruzione tecnica. L’impressione è quella di un uomo di mercato attratto dal talento e dai nomi importanti, uno che ama rischiare e che, quando trova una proprietà disponibile a investire, difficilmente si tira indietro. Joseph Commisso, da questo punto di vista, non gli ha certamente imposto il braccino corto.
Ora però bisogna trasformare le figurine in una squadra. Perché un mercato importante non si misura soltanto attraverso il costo dei cartellini, ma soprattutto dalla compatibilità dei giocatori e dalla loro capacità di diventare un gruppo competitivo.
Alessandro Ferrari: 4,5. Il Centenario arriva una volta ogni cento anni e proprio per questo avrebbe richiesto una preparazione quasi perfetta. Invece qualcosa non ha funzionato.

Organizzare una celebrazione così importante immediatamente dopo una partita significava esporsi a un rischio facilmente prevedibile. Nel calcio si può vincere, perdere oppure pareggiare e il risultato inevitabilmente condiziona l’umore dello stadio. La festa avrebbe dovuto rappresentare un momento indipendente dal risultato sportivo e invece ha finito per subirne gli effetti. Un’occasione che meritava maggiore attenzione.
Fabio Grosso: 4. Da calciatore è rimasto legato a una delle pagine più belle del calcio italiano, ma l’avventura viola non ha prodotto la stessa sintonia. L’impressione è stata quella di un matrimonio nato senza che le parti si conoscessero veramente.
Paratici lo aveva scelto, ma squadra e allenatore sembravano parlare due lingue differenti. Idee tattiche, caratteristiche della rosa e aspettative non hanno trovato un punto d’incontro. Grosso non ha capito fino in fondo la Fiorentina e probabilmente la Fiorentina non ha mai capito fino in fondo Grosso. Un rapporto partito con aspettative importanti e terminato senza riuscire a trasformarle in qualcosa di concreto.
Franco Mastantuono: 6. È probabilmente il voto che necessita di maggiore prudenza. Non perché manchi il talento, ma esattamente per il motivo opposto. Intorno a Mastantuono sono già nate definizioni, soprannomi e paragoni enormi.
Meglio fermarsi.
Mastantuono è un giovane di grandissime qualità arrivato a Firenze per crescere e imparare. Non ha bisogno di essere trasformato immediatamente nel nuovo fenomeno del campionato. Deve giocare, sbagliare, ascoltare Vanoli e completare il proprio percorso. Il talento esiste, ma caricarlo adesso di responsabilità sproporzionate sarebbe il modo peggiore per proteggerlo. Il voto più alto può aspettare il girone di ritorno.
David De Gea: 6,5. Sembrava quasi destinato alla rottamazione, poi il campo ha ricordato che l’esperienza può ancora essere tremendamente utile. Non è partito a tutta velocità, ma contro il Napoli ha dimostrato quanto possa ancora incidere.
È il classico diesel che necessita di entrare in temperatura. La Fiorentina ha cambiato molto, ma non tutto ciò che apparteneva alla stagione precedente doveva necessariamente essere cancellato. De Gea può ancora rappresentare una sicurezza.
Nicolò Fagioli: 7. Lasciamo perdere i soprannomi. Fagioli è Fagioli e può bastare così. È uno di quei centrocampisti capaci di vedere una linea di passaggio qualche istante prima degli altri.
Gioca spesso controcorrente, rischia la giocata e proprio per questo può diventare fondamentale nella nuova Fiorentina. Liberato dalle discussioni e dalle ombre che avevano accompagnato parte del periodo precedente, sembra aver ritrovato maggiore serenità. Adesso deve trasformarla in continuità.
Sergio Carpanesi: 10 e lode. Qui il calcio giocato lascia spazio alla memoria. Carpanesi se n’è andato con la stessa discrezione ed eleganza con cui aveva attraversato una vita intera nel pallone.
Era l’ultimo degli eroi del primo scudetto della Fiorentina, quello del 1956. Una squadra che rappresentava estro, forza, gioventù, tecnica, carattere ed eleganza. Carpanesi racchiudeva molto di quel calcio.
Forte da giocatore, competente da allenatore, misurato quando raccontava e commentava il pallone. Apparteneva a una generazione nella quale il calcio sembrava avere un rapporto più diretto con la gente e con la passione.
Qui il voto non riguarda una stagione e neppure una partita.
È semplicemente un modo per dire grazie.
L’estate viola finisce dunque con voti inevitabilmente provvisori. Joseph Commisso ha investito, Paratici ha costruito, Vanoli deve trasformare il materiale a disposizione in una squadra. E dopo tanti milioni spesi e tante aspettative create, arriva inevitabilmente il momento nel quale il mercato smette di parlare.
Da questo momento parlerà soprattutto il campo.
